Giovanni Caprara

Rileggendo Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo

Quando il Matto aveva ragione

ESPAÑOL

Hay obras que pertenecen a su tiempo. Y luego están aquellas que, décadas después, siguen buscando obstinadamente el nuestro. Muerte accidental de un anarquista es una de ellas.

La crónica cambia de rostro, cambian los protagonistas, cambian las estaciones de la política. Y, sin embargo, cada vez que un caso judicial divide al país, cada vez que una sentencia no consigue apagar el debate público, el teatro de Dario Fo vuelve a llamar a la puerta de nuestra conciencia. No porque nos sugiera una respuesta, sino porque nos recuerda lo difícil que es convivir con preguntas que ninguna sentencia, por sí sola, consigue agotar.

Sin embargo, sería un error leer esta obra únicamente como una denuncia política o como el reflejo de una etapa controvertida de nuestra historia. Si fuera así, hoy la consideraríamos un documento de época. En cambio, sigue representándose, estudiándose y debatiéndose. Sigue hablándonos. El motivo es sencillo y, al mismo tiempo, profundamente teatral.

Dario Fo lo confía todo a un personaje que no posee ningún poder: el Loco.

Es una figura antigua, casi arquetípica. Es el bufón medieval, el fool shakespeariano, aquel que, precisamente por ser considerado loco, puede permitirse decir aquello que los demás callan. Pero el Loco de Fo no predica. No reparte verdades. Hace algo mucho más sutil: pone en crisis las certezas. Cambia de identidad, se disfraza, confunde a sus interlocutores, los conduce hasta el punto en que son sus propias palabras las que terminan contradiciéndolos. El espectador se ríe. Pero esa risa no libera. Inquieta. Ahí reside el verdadero logro de Fo.

Convertir el teatro en un cortocircuito: el drama se convierte en comedia, la comicidad se convierte en una herramienta de investigación. La paradoja deja de ser un recurso narrativo y se convierte en un método para mirar la realidad. Porque lo grotesco, en manos de Fo, no sirve para alejar al público de la verdad. Sirve para obligarlo a acercarse desde una perspectiva inesperada.

Quizá sea precisamente aquí donde la obra supera su tiempo.

Muerte accidental de un anarquista no nos pide que decidamos quién tiene razón. Nos pide algo más difícil: preguntarnos qué entendemos cuando pronunciamos palabras como verdad, justicia, responsabilidad. Son palabras que a menudo utilizamos como si tuvieran un único significado. Y, sin embargo, conviven, a veces con dificultad: la verdad procesal, la histórica, la mediática y aquella que cada uno construye en su propia conciencia. Confundirlas significa empobrecer el debate; mantenerlas diferenciadas significa reconocer la complejidad de una sociedad democrática. Es en este espacio donde el Loco continúa caminando, no para sustituir una verdad por otra, sino para impedirnos convertir demasiado deprisa una convicción en una certeza definitiva.

Y quizá esta sea la lección más actual de Dario Fo: la sátira auténtica no ofrece refugios ni reparte absoluciones. Nos obliga, más bien, a convivir con la duda, pero no con la duda que paraliza, sino con aquella que hace que el pensamiento permanezca más alerta. Porque una democracia no vive únicamente de la fuerza de sus instituciones.

Vive también de la capacidad de sus ciudadanos para seguir haciéndose preguntas. Cuando eso deje de ser así, probablemente dejará de existir también la sociedad.

Es aquí donde Muerte accidental de un anarquista se encuentra, casi de manera natural, con la filosofía de Doblemirada: no para sugerir qué posición debemos adoptar, sino para recordarnos que la cultura no consiste en confirmar aquello que ya pensamos. Comienza cuando aceptamos desplazar nuestro punto de observación. No queremos hablar de cultura, queremos hacer cultura. Lo recordábamos en el inicio de nuestra sección.

Hacer cultura significa aceptar que una obra teatral escrita hace más de cincuenta años pueda todavía obligarnos a reflexionar sobre el presente, no porque el presente sea idéntico al pasado, sino porque algunas preguntas continúan reapareciendo bajo formas diferentes.

Por eso hemos elegido la obra de Fo para el Club de Lectura Doblemirada 2026 (una especie de celebración también del centenario del nacimiento de nuestro autor).

No es nuestra intención reabrir un proceso. Quizá nos interese más abrir la mirada de nuestros lectores: toda gran obra nos deja algo que va más allá de la trama, nos entrega muchas palabras. La que Dario Fo nos confía a nosotros, los lectores, es la duda, que aquí no queremos entender en absoluto como sinónimo de desconfianza. Al contrario, es un ejercicio de libertad intelectual.

Hemos identificado, por tanto, la tarea más elevada de la cultura: no enseñarnos qué pensar, sino hacernos capaces de contemplar una misma realidad desde una perspectiva nueva. Porque Doblemirada no invita a cambiar de opinión, sino a cambiar la posición desde la que miramos.

ITALIANO

Ci sono opere che appartengono al loro tempo. E poi ce ne sono altre che, a distanza di decenni, continuano ostinatamente a cercare il nostro. Morte accidentale di un anarchico è una di queste.

La cronaca cambia volto, cambiano i protagonisti, cambiano le stagioni della politica. Eppure, ogni volta che una vicenda giudiziaria divide il Paese, ogni volta che una sentenza non riesce a spegnere il dibattito pubblico, il teatro di Dario Fo torna a bussare alla nostra coscienza. Non perché ci suggerisca una risposta. Ma perché ci ricorda quanto sia difficile convivere con domande che nessuna sentenza, da sola, riesce a esaurire.

Sarebbe però un errore leggere quest’opera soltanto come una denuncia politica o come il riflesso di una stagione controversa della nostra storia. Se fosse così, oggi la considereremmo un documento d’epoca. Invece continua a essere rappresentata, studiata, discussa. Continua a parlarci. Il motivo è semplice e, nello stesso tempo, profondamente teatrale.

Dario Fo affida tutto a un personaggio che non possiede alcun potere: il Matto.

È una figura antica, quasi archetipica. È il giullare medievale, il fool shakespeariano, colui che proprio perché considerato folle può permettersi di dire ciò che gli altri tacciono. Ma il Matto di Fo non predica. Non distribuisce verità. Fa qualcosa di molto più sottile: mette in crisi le certezze. Cambia identità, si traveste, confonde gli interlocutori, li conduce fino al punto in cui sono le loro stesse parole a contraddirli. Lo spettatore ride. Ma quella risata non libera. Inquieta. È questo il vero capolavoro di Fo.

Trasformare il teatro in un cortocircuito: il dramma diventa commedia, la comicità diventa strumento d’indagine. Il paradosso smette di essere un espediente narrativo e diventa un metodo per guardare la realtà. Perché il grottesco, nelle mani di Fo, non serve ad allontanare il pubblico dalla verità. Serve a costringerlo ad avvicinarsi da una prospettiva inattesa.

Forse è proprio qui che l’opera supera il suo tempo.

Morte accidentale di un anarchico non ci chiede di stabilire chi abbia ragione. Ci chiede qualcosa di più difficile: domandarci che cosa intendiamo quando pronunciamo parole come verità, giustizia, responsabilità. Sono parole che spesso utilizziamo come se avessero un solo significato. Eppure convivono, talvolta faticosamente: la verità processuale, quella storica, quella mediatica e quella che ciascuno costruisce nella propria coscienza. Confonderle significa impoverire il dibattito, tenerle distinte significa riconoscere la complessità di una società democratica. È in questo spazio che il Matto continua a camminare non per sostituire una verità con un’altra, ma per impedirci di trasformare troppo in fretta una convinzione in una certezza definitiva.

Ed è forse questa la lezione più attuale di Dario Fo: la satira autentica non offre rifugi, non distribuisce assoluzioni. Ci obbliga, piuttosto, a convivere con il dubbio ma non il dubbio che paralizza piuttosto quello che rende il pensiero più vigile. Perché una democrazia non vive soltanto della forza delle sue istituzioni.

Vive anche della capacità dei suoi cittadini di continuare a porsi domande. Quando non sarà più così, probabilmente non esisterà più la società.

È qui che Morte accidentale di un anarchico incontra, quasi naturalmente, la filosofia di Doblemirada: non per suggerire quale posizione assumere, ma per ricordarci che la cultura non consiste nel confermare ciò che già pensiamo. Comincia quando accettiamo di spostare il nostro punto di osservazione. Non vogliamo parlare di cultura, vogliamo fare cultura. Lo ricordavamo nell’incipit della nostra rubrica.

Fare cultura significa accettare che un’opera teatrale scritta più di cinquant’anni fa possa ancora costringerci a riflettere sul presente, non perché il presente sia identico al passato, ma perché alcune domande continuano a ripresentarsi sotto forme diverse.

Per questo abbiamo scelto l’opera di Fo per il Club di Lettura Doblemirada 2026 (una sorta di celebrazione anche del centenario della nascita del nostro autore).

Non è nostra intenzione riaprire un processo. Forse ci interessa di più aprire lo sguardo dei nostri lettori: ogni grande opera ci lascia qualcosa che va oltre la trama, ci consegna molte parole. Quella che Dario Fo affida ai noi lettori è dubbio, che non vogliamo assolutamente qui intendere come sinonimo di sfiducia. Anzi, è un esercizio di libertà intellettuale.

Abbiamo individuato quindi il compito più alto della cultura: non insegnarci che cosa pensare, ma renderci capaci di guardare la stessa realtà da una prospettiva nuova. Perché Doblemirada non invita a cambiare opinionema a cambiare posizione dello sguardo.

Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo